Da giovani ventisettenni riflettiamo sempre più spesso sull’atteggiamento adottato da molti coetani (e non solo) nei confronti della politica dei giorni nostri. Questo può essere sintetizzato in un sentimento quale la repulsione o, peggio, un prurito orticante che impedisce una qualsivoglia forma di accostamento ad essa.
Certamente gran parte della responsabilità va attribuita alla nostra classe politica, mossa da interessi ben diversi dall’interesse generale che inducono a un disinnamoramento di questa nobile arte che è la politica. Probabilmente si è degli illusi o forse sognatori credendo che chi ci rappresenta dovrebbe fare gli interessi di tutti piuttosto che i propri.
E' chiaro che questo distacco non è figlio di un disinteresse ma piuttosto di un senso di impotenza e frustrazione. Intanto gli anni trascorrono e i nostri politici rasentano sempre più i limiti del grottesco acuendo la distanza tra quella che dovrebbe essere la politica e la società civile.
Maproprio di fronte a questo scenario non possiamo più stare inermi, non possiamo in maniera supina subire lo scempio delle nostre istituzioni. E’ giunto il momento di dire basta e riprendere in mano le sorti del nostro futuro, per la costruzione della nostra Italia. Un’Italia in cui la politica non sia solo scontro e propaganda, ma si ispiri a valori e programmi per garantire l’interesse nazionale e il bene comune.
Per raggiungere tale risultato è però necessario che si riattivi in ciascuno di noi quella passione per la politica che è stata, nel tempo, soffocata.
Non importa come o attraverso quale canale. Tra persone che hanno a cuore le sorti di questo Paese, di certo, si riuscirà a dialogare anche se di colori contrapposti.
IL Lavoro deve tornare al centro dell'economia,in quanto produttivo di una ricchezza reale e non virtuale. E' chiaro che il contesto globale, totalmente rivoluzionato, obbliga il mondo del lavoro a recepire tale mutamento, imponendo anche una rilettura delle relazioni industriali. Queste devono incentrarsi, infatti, su un'alleanza tra capitale e lavoro, in discontinuità con le dinamiche del secolo passato che hanno visto tali forze nettamente contrapposte e demarcate. Dobbiamo entrare nell'ottica di partecipare ai risultati delle aziende per le quali lavoriamo, di ottenere quanto prodotto e di uscire dalla logica dell'assistenzialismo. Il posto non è il lavoro...
Dobbiamo chiederci perché l'Italia non riesca a creare le condizioni affinché non solo chi ha già investito possa rimanere ma anche chi, in giro per il mondo cerchi una potenziale location per i suoi investimenti, possa scegliere l'Italia.
Tali precondizioni consistono in una garanzia della legalità, senza la quale la libertà economica è compromessa; nella certezza delle leggi poiché i capitali vengono attratti quando le leggi sono poche e chiare ed infine colmando quel deficit infrastrutturale che interessa principalmente il Sud.
A proposito del Sud e della Sicilia,riteniamo che questo territorio non abbia bisogno di fabbriche che "scendano" dal Nord né tanto meno di sussidi concessi da Roma ma piuttosto della valorizzazione del giacimento culturale di cui disponiamo e che nessuno può offrire nel Mediterraneo.
Questo è un esempio di quella politica di contenuti che noi vogliamo, una politica che si fonda su una scelta all'insegna della convinzione e non della convenienza.

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